• Riccardo Alvino

Capsulite adesiva spalla o spalla congelata

La capsulite adesiva della spalla, o spalla congelata, è una patologia infiammatoria che colpisce l’articolazione scapolo-omerale, comportando dolore e una riduzione del movimento.


La capsulite adesiva della spalla, o spalla congelata, è una patologia infiammatoria che colpisce l’articolazione scapolo-omerale, in particolare la capsula articolare, creando delle restrizioni a livello tessutale e quindi perdita di movimento. È una condizione invalidante e con una importante componente di sintomatologia dolorosa. Il meccanismo patologico di questa condizione consiste nell’inficiare l’elasticità tessutale della capsula articolare, andando a compromettere significativamente l’escursione di movimento della spalla, fino ad arrivare ad una degenerazione tessutale fibrotica. L’irritazione della capsula articolare si traduce con la progressiva comparsa di dolore alla spalla andando di pari passo con la perdita dell’elasticità.


Le cause certe d’insorgenza di questa patologia non sono certe, ma si ipotizzano vari fattori di rischio come: malattie autoimmunitarie, disfunzioni metaboliche (diabete, ipo o ipertiroidismo, ipercolesterolemia), morbo di Parkinson, morbo di Dupuytren, età, sesso, pregressi interventi chirurgici locali o adiacenti alla spalla e traumi muscolo-scheletrici articolari non trattati. Solitamente la capsulite adesiva colpisce il genere femminile tra i 30 e i 60 anni e non esistono attività quotidiane o lavorative specifiche che ne favoriscano l’insorgenza. La caspulite adesiva è suddivisa in primaria o idiopatica e secondaria. La forma idiopatica si può manifestare senza un reale e particolare meccanismo traumatico; mentre la forma secondaria si manifesta a causa di fattori scatenanti sia locali sia sistemici elencati precedentemente. L’evoluzione del decorso patologico può durare dai 6-8 mesi fino a un massimo di 2 anni, e a livello clinico la progressione della malattia consiste in tre fasi principali: fase dolorosa, fase rigida e fase di scongelamento. La fase dolorosa o di congelamento può durare dai 2 ai 9 mesi e consiste in una sintomatologia algica prominente che limita secondariamente alcuni movimenti della spalla. La fase rigida o congelata varia dai 4 ai 12 mesi, caratterizzata da una parziale riduzione del dolore, ma una più accentuata perdita della mobilità.


La fase di scongelamento oscilla fra i 6 mesi e i 2 anni, dove molto spesso si ottiene la risoluzione del quadro clinico, cercando di recuperare l’escursione di movimento e ridurre il più possibile il dolore; si è però riscontrato che non tutti i pazienti giungono ad un recupero completo. I sintomi di questa condizione comportano: dolore alla spalla a riposo (anche notturno) e in movimento, rigidità articolare e muscolare, perdita di forza, atrofia muscolare, alterazioni psicologiche (ansia, depressione, ecc..). Bisogna eseguire un’accurata diagnosi differenziale con patologie che possono produrre sintomi simili come: la cervicobrachialgia, artrosi scapolo-omerale, tendinopatia della spalla, lesioni articolari indotte da lussazioni o sublussazioni, degenerazioni tendinee della spalla e lesioni della cuffia dei rotatori. Per ottemperare a ciò sono consigliati esami di diagnostica medica tra cui radiografia, ecografia e risonanza magnetica; oltre ad un’accurata anamnesi e test clinici muscolo-scheletrici applicati dal medico o dal fisioterapista.

Esistono varie opzioni di trattamento che consistono in terapia farmacologica associata con la fisioterapia, iniezioni di corticosteroidi, manipolazioni sotto anestesia e in ultimo la soluzione chirurgica. Ogni scelta terapeutica deve essere valutata sia dal medico che dal fisioterapista per migliorare il più possibile la condizione presentata dal paziente. In fisioterapia sono utilizzate terapie strumentali come la tecar, il laser e gli ultrasuoni; ma soltanto in una fase acuta iniziale poiché non è stata riscontrata una validità nel medio e lungo termine nel ridurre il dolore o migliorare la rigidità. In riabilitazione sono applicate prettamente per questo quadro clinico tecniche passive e attive tra cui terapia manuale e osteopatica come mobilizzazioni e manipolazioni vertebrali e articolari, mobilizzazione dei tessuti molli con terapia miofasciale sia manuale sia con strumenti manuali (IASTM e coppettazione) per trattare trigger point e retrazioni muscolo-fasciali, kinesio taping ed esercizio terapeutico. Tutte le manovre manuali fisioterapiche devono essere accumunate da un obiettivo peculiare, ovvero recuperare la mobilità rispettando in primo luogo la sintomatologia dolorosa. Anche l’esercizio motorio specifico deve esse dosato in relazione alla percezione del dolore da parte del paziente che non deve mai essere predominante, in modo da favorire un recupero più rapido possibile.

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