• Riccardo Alvino

Sindrome dello stretto toracico

La sindrome dello stretto toracico indica un gruppo di patologie e disfunzioni che colpiscono la colonna cervico-dorsale e l’arto superiore, causate dalla compressione e intrappolamento di diverse strutture di passaggio come nervi e vasi sanguigni.


La sindrome dello stretto toracico indica un gruppo di patologie e disfunzioni che colpiscono la colonna cervico-dorsale e l’arto superiore, causate dalla compressione e intrappolamento di diverse strutture di passaggio come nervi e vasi sanguigni. Vengono interessati dalla compressione meccanica sia il plesso nervoso brachiale, che parte dalla colonna cervicale, sia i vasi sanguigni, ovvero arteria e vena succlavia. Queste strutture anatomiche percorrono un tragitto che attraversa, nella parte superiore e adiacente alla colonna, alcune aree di passaggio delimitate da muscoli e ossa. Le porzioni muscolo scheletriche che possono provocare questa sindrome sono i muscoli scaleni, la clavicola, la prima costa e il piccolo pettorale; strutture anatomiche che rientrano nel meccanismo della respirazione accessoria, sinergica con la respirazione diaframmatica.

A seconda della struttura anatomica maggiormente coinvolta, nervi o vasi, si producono quadri clinici diversi tra loro con una sintomatologia differente; quella maggiormente diffusa risulta essere quella di origine neurogena. Le cause della sindrome dello stretto toracico possono essere di origine congenita, ovvero una differenza anatomica rispetto al normale come una scoliosi del tratto superiore della colonna o una malformazione vertebrale, oppure di origine acquisita di origine traumatica, ad esempio una frattura della clavicola o un colpo di frusta cervicale. Le strutture anatomiche responsabili possono andare in spasmo muscolare o subire una variazione dello spazio che ha origine o da un trauma pregresso o da un atteggiamento posturale errato, provocando un adattamento biomeccanico; come una rigidità dorsale o cervicale, oppure una patologia a carico dell’arto superiore. In poche parole, la sindrome dello stretto toracico, può dipendere anche da fattori posturali che nel tempo hanno comportato un turbamento delle strutture muscolo-scheletriche responsabili, come ad esempio un disordine cranio cervico mandibolare, andando a inficiare la meccanica del tratto cervicale e della respirazione. La sindrome dello stretto toracico colpisce maggiormente il sesso femminile e si presenta tra i 30 e 60 anni.

Oltre ai fattori predisponenti e di rischio elencati in precedenza, possono andare incontro a questa patologia anche persone che svolgono lavori ripetitivi e di sovraccarico nei movimenti del cingolo scapolare e della regione cervico-dorsale come i magazzinieri, giardinieri, muratori e altri lavori che contemplano una attività motoria incentrata sull’elevazione continua delle braccia. Inoltre esistono anche fattori di rischio inerenti all’attività sportiva, come il bodybuilding, il canottaggio, pallavolo, pallacanestro e altri sport in cui sia coinvolta la parte superiore del tronco.


I sintomi della variante neurogena della sindrome dello stretto toracico comprendono: cervicalgia, dolore al torace, dolore spalle, dolore diffuso o localizzato in aree dell’arto superiore, cervicobrachialgia, debolezza muscolare del braccio anche fino alla mano, parestesie e disestesie (formicolio, sensazione di punte di spillo o torpore), mal di testa. La diagnosi di questa sindrome comprende sia esami di diagnostica strumentale, come risonanza magnetica, Tac, radiografia ed elettromiografia (indagine per visionare lo stato dei nervi); sia esami clinici obiettivi che permettono di analizzare nel dettaglio la condizione del paziente, ma non hanno alta affidabilità, come i test neurodinamici. La terapia medica può includere l’assunzione di farmaci che riducano la sintomatologia oppure in rari casi la soluzione chirurgica. Molto più frequentemente ci si affida ad un fisioterapista per trattare e ridurre sia la sintomatologia dolorosa sia le disfunzioni biomeccaniche presentate dal paziente. In riabilitazione ci si avvale di terapia fisica strumentale per ridurre i sintomi in una fase iniziale acuta come: tecar, magneto, laser, ultrasuoni e elettroterapie antalgiche (tens, diadinamica e ionoforesi). Si integrano questi macchinari fisioterapici con tecniche manuali come: terapia manuale e osteopatica attraverso mobilizzazioni e manipolazioni articolari e vertebrali, terapia miofasciale per trattare i trigger point e le retrazioni muscolo-fasciali sia manualmente che con strumenti manuali (IASTM e coppettazione), kinesio taping, esercizi neurodinamici, trattamento viscerale e craniale. Oltre alle tecniche passiva si consiglia sempre l’esecuzione di particolari esercizi terapeutici per rinforzare, stabilizzare e riequilibrare le sinergie muscolo-scheletriche deficitarie, in modo da modificare attivamente la porzione anatomica compromessa. Bisogna oltremodo educare ergonomicamente il paziente nelle attività di vita quotidiana in modo da arginare la sintomatologia e ridurre il rischio di recidive.

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